L’arzilla vecchietta e gli uomini intelligenti

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Sull’autobus 21 sale un’arzilla vecchietta con una grande gobba, i ricciolini grigi corti, gli occhiali di metallo quadrati e una faccetta simpatica. Dopo aver strofinato il suo abbonamento contro il lettore come se fosse un gratta e vinci, rifiuta tutti i posti che le offrono e si dirige sicura verso uno dei seggiolini riservati su cui è seduto un bambino di neanche due anni. Lei vuole quel posto lì. Chiede alla madre come si chiama il bambino e poi dice: “Alex, fammi scedere”. La signora di fronte al bambino si alza per lasciare il posto, il bambino si sposta aiutato dalla sua mamma e lei finalmente si siede con la schiena curva e le punte dei piedi che a malapena toccano terra. Fissa il bambino, cerca il suo sguardo, lo studia, poi la scoperta: “Mo guarda abbiam le scarpe uguali”. Entrambi hanno le scarpe col velcro: lei alza un piede e inizia il confronto. Le tue sono bianche con il righino blu, le mie sono beige, le tue si chiamano bimbi, le mie si chiamano gix. Il bambino la segue, fa si con la testa, ripete blu, beige, bimbi, gix. Soddisfatta dalla conversazione, l’arzilla vecchietta si rivolge a un omarino aggrappato alla barra verticale “eh…i bambini scion uomini intelligenti veh…peccato che poi crescono”. Psicologia evolutiva e pessimismo sull’autobus 21.

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