Halloween, notte dei morti e Elvira

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Ieri sera hanno suonato al mio citofono delle vocine che al chi è?  hanno risposto con un fievole dolcetto o scherzetto? Io che su due piedi non avevo realizzato ho chiesto Come? Chi è? e le vocine hanno ripetuto dolcetto o scherzetto? Mi spiace, non ho né l’uno né l’altro ho risposto per tagliare corto, ah va bene, ci scusi hanno detto le vocine e hanno suonato al citofono di sopra, sperando in una vicina più collaborativa.

Quando ho messo giù il citofono ho avuto il sospetto di averli confusi con quella risposta del cavolo, ho pensato alla frustrazione di quei poveri bimbi, con cappelli a punta e facce infarinate e mi è venuta in mente Elvira,  una anziana vedova vestita di nero grande esperta di storie dell’aldilà che con la scusa di dare una mano a mia madre teneva me e mio fratello. La paura che ci faceva venire lei prima della festa dei morti mi fa venire ancora i brividi e mi sento fortunata per aver provato quella paura lì senza andare in giro vestita da zucca e rischiare di incontrare gente cinica e dissacrante come me, ma oggi, forse, una come Elvira non la farebbero neanche avvicinare ai bambini.

Elvira di solito arrivava quando era già buio e si comportava come se fosse a casa sua. Accendeva un braciere che infilava dentro una pedana di legno, si sedeva su una seggiola impagliata, tirava su la gonna tradizionale, allargava le gambe, appoggiava i piedi sulla pedana e  faceva sedere me e mio fratello vicino ai suoi piedi. Uno a destra, l’altra a sinistra. Poi iniziava guardandoci dritti negli occhi. Una volta a lui, una volta a me.

“Tua nonna, quando era ragazza, andava ogni mattina alla  prima messa della giornata, quella de li tòcche, all’alba, che cominciava quando era ancora buio. Una mattina la sveglia suonò prima ma lei non se ne accorse. Si svegliò, si alzò dal letto, si vestì, e dopo aver bevuto un bicchiere d’acqua andò a messa. Quella mattina la chiesa era illuminata a festa: davanti alle statue dei santi erano accese tutte le candele del paese, mentre Cristo e la Madonna erano diventati loro stessi di luce. Tua nonna pensò che quella mattina stavano dicendo una messa in suffragio di una persona importante, perciò si sedette tra i banchi col suo scialle nero e cominciò a cantare, che quando cantava tua nonna la volevano ascoltare tutti, anche gli uccelli di giardino. Mentre cantava e si preparava a recitare il Rosario, sentì una voce che soffiava  Lucì, Lucì, vabbanne ca no é pi tè. Lucia, Lucia, vai via che non é  posto per te. Tua nonna si girò di scatto, come vi permettete?  voleva dire a quello sfacciato che la voleva cacciare dalla chiesa, ma quando lo guardò in faccia ammutolì. Quell’uomo non aveva naso. Si girò verso il suo vicino di banco per chiedere aiuto ma anche lui non aveva naso, poi guardò il prete e i chierichetti e vide che anche loro erano senza naso, cercò tra i banchi una vicina di casa o un parente e niente. La chiesa quella mattina era piena di facce sconosciute,  tutte senza naso. Quando capì era troppo tardi: quella era la messa delle anime del Purgatorio che la notte del primo novembre, a mezzanotte, vengono sulla terra a celebrare la messa e chi sente le loro campane o li guarda in faccia, diventerà come loro, senza naso. Ma tua nonna no. Svenne e poi si risvegliò dopo quattro giorni nel suo letto. Le erbe e i fumenti  la fecero tornare bella come prima.

A questo punto  io e mio fratello, col corpo ricoperto di brividi e la testa che ci girava per il monossido di carbonio che avevamo respirato dalle bocche spalancate, ci prendevamo per mano e andavamo a dormire senza fiatare. Ci infilavamo nello stesso letto per non disperdere le forze e aspettavamo il sonno, che non arrivava. Abitavamo nella stessa casa di nonna Lucia, che non avevamo mai conosciuto, a venti metri dalla stessa chiesa dove le anime del Purgatorio, la notte del primo novembre, venivano a dire messa e avevamo il terrore di sentire le campane di mezzanotte e di svegliarci la mattina dopo senza naso. Una volta, non so se era esattamente la notte del primo novembre,  le abbiamo sentite le campane ma noi ci siamo rannicchiati uno contro l’altro, abbiamo chiuso gli occhi per far finta di dormire e per sicurezza ci siamo messi una mano sul naso. La mattina dopo mia madre ci ha trovati così, addormentati uno di fronte all’altro, io che tenevo il naso a mio fratello e lui che teneva il mio. Elvira invece, non l’abbiamo più vista perché pare che abbia sposato uno svedese e sia andata a vivere a Stoccolma.

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