L’arzilla vecchietta e i gay

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Sull’autobus 21, in quella specie di salottino di plastica dove ci sono quattro sedili uno di fronte all’altro, sono seduti l’arzilla vecchietta di San Donato e due studenti. Nel quarto sedile, dopo qualche fermata, si siede un vecchio impestato di fumo stantio, un posacenere ambulante, che si fa fatica a stargli vicino. Uno dei ragazzi è stato al Gay Pride a Roma e lo racconta all’altro. Gli amici, gli slogan, i travestimenti, i balli. Quando scendono, in stazione, il vecchio scuote la testa e dice con aria di disprezzo “che busoni…” ma l’arzilla vecchietta di San Donato lo attacca: “Io c’ho lavorato tutta la vita con i gay, scià?” Il vecchio sobbalza, fa per dire qualcosa, si ferma, poi si riprende e aspettandosi chissà quale torbido mestiere chiede: “A sci? … E che lavoro faceva?” Lei risponde orgogliosa: “La sciarta. E scià cosa le dico? Che scion perscione scquisite… e PULITE. Di uomini coscì, per le donne, non ce ne son mica mai sctati tanti”. Poi si alza, impettita, soffia come una gatta per buttare fuori l’aria impestata del vecchio che è stata costretta a respirare, e va verso la porta d’uscita.

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