Alla scoperta del mondo con l’autobus 21

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Due arzille vecchiette di San Donato salgono sull’autobus 21 in via del Lavoro dirette al Lidl di via Serlio. Sono piccole uguali, con i piedini numero 35 nei sandali di vernice, una ha un vestito bianco con i disegnini neri, l’altra un vestito nero con i disegnini bianchi. I capelli invece sono tutti bianchi, tagliati a carré, tenuti fermi sulla fronte con due forcine nere. Camminano piano, sicuramente hanno più di ottantacinque anni a testa, forse novanta, ma non hanno dimenticato di mettersi un filo di rossetto sulla pelle bianca come il velo di una sposa. “Vieni qua”, fa l’una all’altra, “scdiamoci, anche sce dobbiamo fare sciolo due fermate”. Si siedono di fronte, sulla punta delle sedie per stare vicine, parlano piano, si sente solo che dicono sci sci e ogni tanto guardano fuori dal finestrino. In via Serlio quella col vestito bianco si alza e tenendosi alla barra porge l’altra mano alla sua amica: “tienla ben che qui sci cade”. L’altra si appoggia col palmo su quello dell’altra e si solleva. Mano nella mano si avvicinano alla porta, camminando piano come due bambine che vanno a scoprire il mondo.

L’arzilla vecchietta di San Donato e la chiusura dell’Unità

Unità pagine bianche

Sull’autobus 21 due anziani e un’ arzilla vecchietta di San Donato parlano della chiusura dell’Unità. Uno è dispiaciuto, l’altro è critico col giornale, lei ascolta. “Hai scentito? L’han poi chiusa l’Unità”  dice il primo. “Eh, me l’aspetavo e un po’ sce lo meritano, veh.  Eran degli anni che quell’unità lì che portavamo nelle case noi, non esiscteva più…” “Ah sci eh, però eh…insciomma…” “La clasce operaia per loro era scparita. Sce penso che han appogiato Monti e la Fornero…Ragassi…Bisciogna dirlo…” “Sci è vero, hai ragione, ma anche sce non ero scempre d’acordo, io tutte le matine la legevo lì dalla bacheca davanti alla coop. Coscia ci metiamo adescio lì da leggere?”, “Io proporei il libro di Pinocchio a puntate, sensa figure, però ” risponde lei, chiudendo brutalmente la conversazione. Chissà, forse ha ragione: non ci restano che i libri per tornare umani in carne, ossa e cervello e non rimanere burattini di legno.

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Agosto con l’ombrello

Umbrella Lady Wide

Una vecchietta con l’ombrello stretto in una mano come se fosse uno scettro, una sporta di tela a quadroni verdi e blu nell’altra mano, la schiena piegata in giù, verso terra,  i passi piccoli e veloci,  scende alla fermata di via del Lavoro aiutata da un’altra donna. L’autobus s’è fermato distante dal marciapiede, lei deve appoggiare la punta dell’ombrello a terra per saltare giù, fare tre  passi verso il marciapiede, puntare l’ombrello sullo scalino, fare leva sui talloni e  risalire. Una gran fatica per gambe gonfie come le sue. Arrivata sul marciapede, si gira, tira su l’ombrello e con una voce da cornacchia urla: “Autistaaaa sci poteva fermare un po’ più vicino al marciapiede, veh.” La donna che l’ha aiutata rientra in autobus e lei, ancora ferma sul marciapiede a riprendere fiato,  prima che le porte si chiudono urla “Grassie scgnoraaaa!!” Piega il braccio con l’ombrello, si rigira  e parte decisa, verso  Padre Marella, trotterellando. Che poi, a pensarci bene…ad agosto e siamo ancora in giro con l’ombrello…

L’arzilla vecchietta e il fidanzato pinguino

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L’arzilla vecchietta di San Donato è sull’autobus 21 con il suo fidanzato. Lui avrà novant’anni, alto e allampanato, vestito di nero, ha una gobba sul collo che gli piega la testa in avanti e lo fa somigliare a una gruccia. Lei è un po’ più giovane, ma non tanto, un tempo deve essere stata forte, una specie di atleta o una gran massaia. Dovevano scendere alla fermata Martini ma per una distrazione di lui la saltano. Lei gli dice: ‘ecco…e adescio ci tocca scendere alla proscima e poi tornare indietro, veh….Scei un gran pinguino…Vuoi far te, vuoi far te e poi…guarda mò…..Aveva ragione quella puvretta di tua moglie….” Lui sbiascica qualcosa che non si capisce, lei non risponde. Arrivati alla fermata Magnani lei scende per prima, gli prende la mano e lo aiuta “Vieni mo qua e sctai ben attento che gli scalini scion alti. Scei fortunato che ti voglio bene, veh…” Si avviano verso Andrea Costa a passi piccoli, dondolando all’unisono mano nella mano, e a guardarli vien quasi un groppo in gola.

L’arzilla vecchietta rimasta vedova

Angelo

Sull’autobus 21 sale un’arzilla vecchietta di San Donato. Indossa un giacchino blu, fatto all’uncinetto, legato al seno con un fiocco nero. Porta la sua schiena curva e la classica nuvola di capelli bianchi fino ai posti riservati e si siede di fronte a una donna del quartiere. Questa appena la vede la saluta calorosamente. Ha saputo da una vicina che la povera è rimasta vedova da pochi mesi e sfiorandole il dorso della mano le fa le condoglianze. “Mi dispiace”  sussurra. “E di cosa?” risponde l’altra sollevando gli omeri. “Aveva novant’anni. Era ora”.  Si tira su nel tentativo vano di raddrizzare la schiena e vedere meglio cosa succede fuori dal finestrino. Due cingalesi scaricano cassette per il negozio di frutta e verdura mentre una donna obesa trascina un trolley colorato e un marocchino fuma una sigaretta davanti alla macelleria islamica. La vicina fa finta di sorridere e rimane con lo sguardo sulla vecchietta che, pare, sia stata con lui sessantaquattro anni. Ma l’autobus non è un posto per parlare d’amore.

2 agosto sull’autobus 37

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Il silenzio inizia da via Mondo. Si sentono solo le cicale e una cornacchia interrotte ogni tanto dal rumore di un motore solitario. Sarà che sono le otto, che è sabato, che è agosto, sarà che è il 2 agosto, questa mattina Bologna s’è svegliata con le orecchie tese. Anche sull’autobus 21 c’è un silenzio innaturale e poi fa freddo. L’aria condizionata rende questo silenzio più spesso, piú profondo, inviolabile, ma risuona, nelle orecchie dell’arzilla vecchietta di San Donato che si stringe nel suo cardigan blu, quell’autobus con le lenzuola bianche appese ai finestrini che quel giorno fece la spola tra la Stazione e l’Istituto di Medicina Legale col suo carico indicibile. Lei lo vide passare, pieno di corpi senza vita. L’autobus, Bologna, la stazione. Le dieci e venticinque. Silenzio.

Un’insopportabile suoneria

suonerie

É una mattina silenziosa sull’autobus 21. Chi sale, chi scende, nessuno socializza. In Piazza dell’Unità all’improvviso un bambino canta ad altissima voce “na na yuppi yuppi eh”. In molti si girano per vedere chi è ma c’è solo una donna bassa, tarchiata, con una giacca di pile nera e i capelli a scopetta. Prende dalla tasca uno di quei vecchi Nockia di plastica, pigia un tasto e spegne la voce del bambino. È russa o giù di lì. Risponde, dice due cose, chiude il cellulare e lo rimette in tasca. Davanti alla stazione di nuovo “Na na yuppie yuppie eh”, qualcuno si gira, qualcuno sospira, lei riprende il cellulare, risponde, dice due cose, chiude e lo rimette in tasca. In via Amendola si sente, sempre ad altissimo volume “pciu, pciu”, quel suono che si fa arricciando le labbra per chiamare gli animali. Anche in questo caso in tanti si girano, qualcuno cerca un animale ma è sempre lei, la russa o giù di lì, che risponde al telefono, dice due cose, chiude e lo rimette in tasca. Due arzille vecchiette sedute qualche sedile più in là commentano: “ Eh, scion simpatiche quescte suonerie”, “Sci, come un gatto attaccato ai maroni, direbbe il mio primo marito. Scusi la volgarità…” “Sci figuri”. Il viaggio continua silenzioso, adesso che la russa o giù di lì ha preso il suo zainetto nero ed è scesa alla fermata di via Marconi, di buon passo.

Amore autunnale sull’autobus 21

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Alla fermata di via del Lavoro una coppia di arzilli vecchietti aspetta sotto la pensilina. Lui tiene l’ombrello aperto, lei si tiene stretta al braccio di lui. Quando arriva l’autobus 21, lui l’accompagna fino alla scaletta, si assicura che non cada, chiude l’ombrello e sale su. Una donna si alza e fa sedere lei mentre lui tira fuori i biglietti. Un’altra donna, seduta dal lato opposto del corridoio, gli chiede se vuole sedersi ma lui risponde “No grassie, vado vicino a lei. É scesciantaquattro anni che sciamo inscieme”. La vecchietta lo guarda, non dice niente e aspetta silenziosa che lui abbia finito di timbrare. L’autobus si riempie come una scatola di sardine, dice al cellulare un ragazzo alto con gli occhiali, ma il vecchietto, in piedi al fianco dell’arzilla vecchietta, con le mani appoggiate agli schienali, sembra proteggerla dalla folla.

L’arzilla vecchietta e le nuove regole sui biglietti

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L’arzilla vecchietta calabro emiliana stamattina é molto preoccupata della nuova legge dell’azienda dei trasporti di Bologna. Ogni volta che si sale sull’autobus, anche se hai l’abbonamento, devi vidimare il biglietto. La donna cerca di attaccare discorso con tutti per sviscerare l’argomento ma siccome il provvedimento è partito ieri, c’è molta confusione in giro. Prima si siede di fronte a una somala con l’henné rosso sui capelli crespi e le mani tatuate. Dice “Quescta nuova lecche cke hanno fattho…”. La somala la guarda, dà l’assenso con la testa e non risponde. Poi si alza, si ferma vicino a una donna bionda, alta il doppio di lei e dice “adhesso bisogna thimbrare shemppre. Stamatthina a una shignora hanno fatto la multa di shei euro”. La bionda non risponde e guarda avanti, impassibile. Lei non demorde e si guarda in giro per cercare un altro interlocutore ma, nel dubbio se scegliere tra un cinese con la pancia, una bambola bolognese col labbro tumido e un ragazzo con la coda di cavallo lunga fino alla lordosi, va dall’autista. “È vvhero che adhesso tutthe le volte che si sale sull’authobus dobbiamo thimbrare?” “si” risponde l’autista. “anche sul 21?”.
L’avevo immaginato che qualcuno è convinto che questo sia un autobus speciale, ma forse sarà meglio che io smetta di raccontarlo. La cosa comincia a sfuggirmi di mano.