Arzille vecchiette e donne cattive

vecchietta col mitra

Sull’autobus 21 c’è una donna sui trentacinque anni con i capelli tirati a crocchia, la faccia contratta, le borse sotto gli occhi, le labbra e le mascelle serrate che sembra che le stringa forte  per non mordere qualcuno. È seduta  in una delle sedie riservate e rumina tra sé e sé. Le è successo qualcosa ma nessuno osa chiedere cosa. Alla fermata  di via Giacinta Pezzana sale un’arzilla vecchietta di San Donato.  Fa fatica a salire gli scalini: ha le gambe e i piedi gonfi come zampe d’elefante avvolte in vecchie calze marron dentro due ciabatte di pelle scalcagnate. Chiede alla donna il posto ma questa la aggredisce dicendo che oggi non è giornata, che c’ha il nervoso perché lei il biglietto l’ha passato davanti alla macchinetta ma questa non funzionava e l’ha anche detto all’autista ma la signora  controllora che è salita subito dopo le voleva fare la multa anche se l’avevan vista tutti che lei voleva timbrare, e aveva pure i testimoni ma si sa, le donne quando c’hanno il potere son peggio degli uomini perché devono dimostrare qualcosa, un complesso di inferiorità, altroché femminismo, tutte balle, quando si fanno fare alle donne i lavori da uomini son le più cattive. Fortuna che c’era un ragazzo insieme alla femmina che alla fine ha detto lasciam perdere e così non le hanno fatto la multa. Ma lei c’ha ancora un diavolo per capello contro quella strega con il blocchetto in mano. Intanto che parla, anzi, sbraita, rimane seduta, lasciando che la povera vecchietta si pieghi sempre più sulla schiena, appoggiata al sedile per attutire i dolori. “Faccia come me” la consola questa “pensci che a furia di timbrarlo l’abonamento lo scfrutta di più. E adesso mi faccia scedere e  non mi faccia usare quel poco di forze che mi scion rimascte per darle un smataflone. Sciam pur sempre delle scignore”. La donna sobbalza come se lo schiaffone lo avesse preso davvero e si alza, andando a testa bassa verso l’uscita. Che per essere davvero donne cattive, a volte, ci vuole anche una certa classe.

 

 

 

 

 

Gentilezze tra arzille vecchiette

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Sull’autobus 21 sale una arzilla vecchietta di San Donato con un ombrello rosa shoking e le galoche azzurre. Va diritta verso la sedia riservata e chiede all’arzilla vecchietta che c’è seduta sopra di alzarsi. “Scusi…mi lassia il poscto? Non posso scedermi dall’altro verso che mi vien da vomitare, ho già vomitato due volte  sull’autobusc”.  Questa è perplessa. Anche lei avrebbe diritto a star seduta lì e non ha molta voglia di alzarsi. Interviene una terza arzilla:”Scignora, vuol scedersci qui? ” No grassie”, risponde la vecchietta con le galoche, “quello va indietro, mi fa male…che io scioffro di asctrofobia”…”ah beh…alora…venga mo qua a scedere che per me invece è il stess”, dice quella seduta al posto riservato. Si aggrappa alla sbarra sulla finestra e ruota con il sedere verso il posto di fronte lasciandosi piacevolmente cadere giù. Gentillezze da autobus 21 in un grigio mattino di pioggia.

 

Leggi il libro Le arzille vecchiette dell’autobus 21, Minerva edizioni

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L’arzilla vecchietta dà lezioni di bon ton

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Alle 10,30 del mattino l’autobus 21 è pieno di gente di mezza età che si muove per piccole o grandi commissioni. Uomini e donne sulla soglia dei sessant’anni appena andati in pensione. Si capisce dal fatto che sono ancora vestiti da impiegati: pantaloni  grigio verde con la piega molto stirata, piumini di marca, giacche sotto il cappotto, occhiali da sole sulla fronte e occhiali da presbite rettangolari appesi al collo, facce pulite e sbarbate, sguardo in cerca di alterità e spalle un po’sporgenti. Ce n’è uno, esattamente così,  seduto dietro un’arzilla vecchietta di San Donato tutta vestita color zabaione, dalla zazzera corta ai pantaloni a sigaretta. Tutto quello che indossa è color zabaione tranne le scarpe di vernice, la borsa shopper e gli orecchini a grappolo d’uva, viola. L’arzilla vecchietta  si gira per guardare l’impiegato, lo inquadra, si rigira, sbuffa, si sistema nervosamente la borsa sulle gambe, si gira di nuovo e si ferma a fissare l’uomo. Questi fa segno con la testa, come per chiedere “csa vut?” che in dialetto bolognese significa “che cazzo vuoi?” Lei,  guardandolo nella bocca dice “Volevo capire sce quescto ruminare che scento nelle orecchie era la dentiera che non scta sciù o una colassione gusctosa appiccicata ai denti” L’uomo ferma le mascelle a bocca aperta: “Ah no mi scusi, è una ciclesc…Capisco, a una certa età vien l’alito cattivo” L’uomo prende uno scontrino dalla tasca, sputa dentro il chewingum e lo piega nella mano, mentre lei si volta indietro, chiude i bottoni del suo pellicciotto color zabaione, chiede scusa ai passeggeri in piedi e si prepara per scendere in via Marconi.

  Leggi il libro delle arzille vecchiette dell’autobus 21