L’arzilla vecchietta commenta Masotti e la bolognesità

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“Ciao papà, io sono qui che continuo a fare il sumarnaz”.  È qui, secondo me, la chiave di tutto il libro Anche questa è Bologna. 100 profili di bolognesi contemporanei dalla A alla Zdaura  di Danilo Masotti.

Intanto comincio col dire che sono andata a cercare su internet il significato di bolognesità perché, anche se ho scritto un libro che è sugli scaffali della bolognesità,  io sono pugliese, salentina per la precisione, anzi piena di salentinità che è come dire essere agli  antipodi della bolognesità e quindi per leggere e capire la bolognesità mi devo applicare molto. A parte i mesti forum sulla dimensione del tortellino e il cuore rossoblù che mi appassionano poco, ho trovato un’inchiesta di Repubblica del 2011 sulla bolognesità nel mondo in cui emerge la materia di cui si nutre Danilo. Riporto integralmente uno stralcio dell’articolo: “La bolognesità esiste eccome”, dice Andrea Malaguti, corrispondente del quotidiano torinese, “è un tono ironico, scanzonato, disincantato, un modo per non prendersi sul serio”. Concorda, ma con un distinguo, Stefano Tura, corrispondente della Rai: “E’ un certo tipo di umorismo e di linguaggio che a prima vista ci rende subito simpatici, ma in realtà siamo più chiusi di come sembra al primo impatto”. Passo la parola a due vecchi amici bolognesi agli antipodi del mondo, cominciando con Andrea Branchini, in America, spedizioniere di cavalli da corsa a Lexington, Kentucky: “Bolognesità significa concretezza, materialità, il piacere delle cose terrestri, l’ opposto del torrenziale pensiero metafisico”. E chiudo in Cina, con Alberto Forchielli, manager di fondi d’ investimento a Shangai, che smentisce il mito: “La bolognesità esiste solo superficialmente, sotto questa sottile e cordiale mano di vernice si rivela una società chiusa su se stessa, pettegola, provinciale, non al passo con il mondo globalizzato di oggi”. Il dibattito è aperto”  (E. Franceschini, 21/02/2011)

Ecco, credo che in Anche questa è Bologna, Danilo abbia finalmente aperto il dibattito a partire dalla convinzione che la bolognesità esiste eccome e arrivando a scrostare la mano di vernice di cui parla Forchielli, suo grande amico e mentore facebookiano. Con il suo abbecedario della bolognesità, con il puzzle di cento tessere che possono incastrasi l’una nell’altra ma anche no, Danilo diventa il bolognese più cosmopolita di Bologna, quello che ne vede pregi e difetti a distanza, da lontano, quasi fosse un luogo esotico, come succede a noi ex fuori sede diventati forestieri in questa città, noi che bolognesi non lo saremo mai né per nascita né per acquisizione eppure siamo una di quelle cento tessere. Sulla capacità di descrivere l’identità multipla di questa città e del gioco sull’unicità plurale di Bologna a cui si presta il logo che illustra ogni capitolo del libro, ne parla  Roberto Grandi nella postfazione, serissimo compendio a un libro che uno pensa sia stato scritto da un sumarnaz e invece è un bello scavo, politicamente scorretto e caustico dentro la presunta identità di una città. Poi, bisogna dirlo, c’è da ridere un bel po’ e questo di far ridere è una cosa che pochi scrittori sanno fare anche se in Italia gli scrittori che fanno ridere sono considerati di serie B. Ma questa è un’altra storia che con la bolognesità non c’entra.  Danilo fa il somaro, appunto, gioca con il mito della bolognesità, e giocando, fa ridere e fa pensare, suggerisce e denuncia, descrive e dissacra.  Solo una cosa non mi aspettavo. Come direbbe l’arzilla vecchietta di San Donato: “che mi commuovevo davanti a quel saluto a suo padre, che lì, in quel saluto, c’ho visto del cuore e un chiedere scusa ai suoi vecchi sce ogni tanto c’è andato giù un po’ pesante. Lui lì, a Bologna, gli vuole un gran bene e questo libro è una bella dichiarazione d’amore… a tal deg mé…

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