Le arzille vecchiette del bus 21 indomabili consorti degli umarells

Repubblica 22 agosto 2014 integrale

Alle “arzille vecchiette” di San Donato che prendono il 21, periferia-centro, non sfugge nulla: redarguiscono chi guida, commentano i fatti del giorno, osservano chi sale e chi scende da quel mondo, che è il mondo, con ferocia e disincanto. La versione al femminile degli umarells nasce, a insaputa delle protagoniste, grazie al blog di Cira Santoro, nella vita responsabile del Teatro Pubblico di Casalecchio (uno dei teatri gestiti dall’Ert) che quell’autobus prende ogni mattina per recarsi al lavoro. Così un diario nato per gioco dopo un anno è diventato un piccolo cult.  [Dalla prima. Segue pag. IX]

Le fate attempate di Cira Santoro l’altra metà del cielo degli “umarells”

L’autobus si è fermato, lei deve appoggiare la punta dell’ombrello – piove anche d’estate!- per saltare giù, fare tre passi, puntare sullo scalino, fare leva sui talloni e risalire. Solo allora si gira e urla:”Autistaaa sci poteva fermare un po’ più vicino al marciapiede, veh!”. E riparte trotterellando. Alle “arzille vecchiette” di San Donato che prendono il 21, periferia-centro, non sfugge nulla: redarguiscono chi guida, commentano i fatti del giorno sul bus, osservano chi sale e chi scende da quel mondo, che è il mondo, con ferocia e disincanto. La versione al femminile degli umarells protagoniste (a loro insaputa) del blug-cult di Cira Santoro. La responsabile del Teatro Pubblico di Casalecchio sale su quell’autobus ogni mattina per andare a lavorare. E le osserva. “Ho cominciato a riportare i loro discorsi nel mio profilo Facebook “. Un diario nato per gioco. Tempo pochi mesi ed è nato il blog “L’autobus 21 e le arzille vecchiette di San Donato” che ora compie un anno. Dodici mesi in loro compagnia: Senza – osserva Cira – sembra di essere a Berlino. Silenzio e melting pot. E invece siamo a Bologna”.

Dialoghi surreali, confidenze, commenti. Su tutto: la tombola alla sala Sirenella, le serate a teatro, la nuora che ha perso il lavoro, gli amori. Le arzille vecchiette hanno una loro visione multiculturale del mondo “Sembra sia entrato un pezzo di buio”, il commento alla donna che sale col niqab. “Guarda mo’ che bei colori, certe mattine a noi la Licia Colò ci fa un baffo”, la soddisfazione per gli abiti di mamme marocchine e pakistane. La politica, il loro pane quotidiano. Le primarie: Una volta per decidere il segretario  facevamo ore di congresso e ci conoscevamo tutti. Adesso facciamo ore di fila e non conosciamo più nessuno”. Le riforme: “Sento dire che bisogna fare in fretta la riforma elettorale del fisco. Ma alla riforma della felicità in questo paese, nessuno ci pensa?”. La chiusura dell’Unità, una disdetta. “Tutte le mattine la leggevo dalla bacheca davanti alla coop. Cosa ci mettono adesso lì da leggere?” Il tempo le fa impazzire: “Non si capisse più niente con tutto questo vento. Una volta a Bologna non avevam mica bisciogno della lacca. Le donne di Firenze dicevano: che invidia le bolognesi,  che loro lì han scempre i capelli a poscto” Per non parlare dei T-Day: “E’ brutto tempo, che senso ha l’happy day?”

Dispensano sul bus consigli non richiesti: “Mi scusi se mi intrometto, ma lei esce per andare a ballare? No. Allora cosa vuole, che glielo portino per posta l’uomo!” Sono ironiche e spietate. La donna obesa seduta accanto che si accascia sulla spalla: “Autistaaa, c’è una bella addormentata da svegliare e con una stazza così ci vuole uno che guidi un mezzo pesante”. La ragazza che mangia i biscotti e sbriciola ovunque : “Scenta un po’ che ne dice se domani mattina ci portiamo una tovaglietta americana?”  Ma sanno anche essere zen: “La felicità non dura mai più di un mese”. E si dispiacciono per quella cinna che il 25 aprile beve birra sul bus: “ Volevo dirle: sce uno, alla tua età, vuole celebrare la Liberazione allora è meglio che vada sui colli a far l’amore col suo filarino, che i partigiani morti lassù son più contenti. Ma non avrebbe capito. Questi ragassi qui  non son mica liberi come quei ragassi morti lassù. E un’altra libertà, la loro”. Alla mattina ridono come bambine, si raccontano i sogni: “Ho letto che parlare con sce stessi in sogno significa abbandono alle passioni. Ecco, bisogna che chiami il Toni. E’ un po’ che non lo scento”.

Ilaria Venturi, REPUBBLICA Bologna, 22 agosto 2014

 

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