Alla scoperta del mondo con l’autobus 21

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Due arzille vecchiette di San Donato salgono sull’autobus 21 in via del Lavoro dirette al Lidl di via Serlio. Sono piccole uguali, con i piedini numero 35 nei sandali di vernice, una ha un vestito bianco con i disegnini neri, l’altra un vestito nero con i disegnini bianchi. I capelli invece sono tutti bianchi, tagliati a carré, tenuti fermi sulla fronte con due forcine nere. Camminano piano, sicuramente hanno più di ottantacinque anni a testa, forse novanta, ma non hanno dimenticato di mettersi un filo di rossetto sulla pelle bianca come il velo di una sposa. “Vieni qua”, fa l’una all’altra, “scdiamoci, anche sce dobbiamo fare sciolo due fermate”. Si siedono di fronte, sulla punta delle sedie per stare vicine, parlano piano, si sente solo che dicono sci sci e ogni tanto guardano fuori dal finestrino. In via Serlio quella col vestito bianco si alza e tenendosi alla barra porge l’altra mano alla sua amica: “tienla ben che qui sci cade”. L’altra si appoggia col palmo su quello dell’altra e si solleva. Mano nella mano si avvicinano alla porta, camminando piano come due bambine che vanno a scoprire il mondo.

Le arzille vecchiette si ribellano ai figli

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Due arzille vecchiette di San Donato dall’aspetto giovanile e vitale, un po’ glamour, parlano dei loro acciacchi. Una delle due, con i capelli biondi corti, rotondetta e vestita con un camicione etnico sopra i pantaloni di lino, dice che ormai ha un abbonamento all’ospedale. La sua amica le dice: “Ma tu scei fortunata, vivi con tuo figlio…” “No. Io non vivo con mio figlio” la interrompe lei, “mettiamo i puntini sciulle i, é lui che vive con me non io con lui, che è diverscio. Z’ha quarant’anni, z’ha la donna, ma non sce ne vuole andare, scta lì a casa mia. E quando scion sctata male m’ è toccato chiamare l’ambulansa da sciola perchè lui era via e non rispondeva al telefono. A Napoli dicono i figli so’ piezz e core, io invece dico i figli scion pessi di merda”. Una donna tira su la testa dal libro e le guarda scandalizzata, l’amica, che ha lunghi capelli biondi con la frangetta su un viso rugoso e abbronzato da vecchia monella, se ne accorge, guarda la donna, solleva le spalle, stringe le mascelle tirando il collo e si mette le mani davanti alla bocca come a dire ops ma gli occhi muoiono dal ridere. Perchè uno si immagina che le arzille vecchiette siano quelle buone solo a far dei tortellini e invece dietro c’è tutto un mondo…

L’arzilla vecchietta asociale

vecchietta antisociale

Il lunedì mattina sull’autobus 21 si parla del weekend. “Ieri scion sctata a Casctel Scian Pietro che era tanto che non zi andavo…Scion sctata a prendere una cresentina col Renso e poi scion tornata”  “Io scion  sctata da mio cugino che non scta bene…un giandone di uno e novanta che è diventato un scheletro…gli abbiam portato il gelato ma è molto giù.” “Io scion sctata dalla Teresa che è appena diventata bisnonna, ve la ricordate la Teresa?…e lei dov’è sctata?” chiedono all’arzilla vecchietta di San Donato seduta nella ronda ma molto taciturna “Scion sctata  in casa a far niente che scion sctuffa di andar in giro a far delle pugnette”.  Pausa. L’arzilla vecchietta asociale, il lunedì mattina, è roba forte.

*Poichè me l’hanno già chiesto, le pugnette, per i non bolognesi, indicano la masturbazione maschile. Spesso quando si vuol mandare qualcuno a quel paese i bolognesi dicono: vai ben a far delle pugnette.

Una magia sull’#autobus21

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L’arzilla vecchietta di #sandonato oggi ha una cartella rossa, di pelle. Non è il suo genere ma la porta orgogliosamente a tracolla, la accarezza e gioca con il bottone automatico della tasca davanti, facendo clic clac. ‘È di una mia amica d’infansia. Con quescta borscia da piccola faceva le magie, poi l’ha regalata a me che non scion capace, ma adesscio lei ricomincia. Gliela scto portando in oscpedale che quando sci sveglia la trova lì, pronta, sciul comodino’. Una donna alta con i capelli lunghi e la frangia appare di fronte a lei, dice ‘preparati, che c’è tanto da fare…’ si fanno insieme una gran risata e poi scompare.

Le arzille vecchiette e la stagione di caccia

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Sull’autobus numero 20 ci sono tre arzille vecchiette che stanno andando al teatro comunale di Bologna. Eleganti, profumate un po’ troppo, radical chic ma non troppo. Le dita delle mani hanno la tipica forma ritorta dalla chiusura dei tortellini. Una ha un caschetto alla francese biondissimo, quasi bianco, su un cappottino grigio di lana stile impero, le scarpe inglesi maschili col calzino nero corto, l’altra un tailleur nero classico di buona fattura con decoltè, borsa in coccodrillo e piumino leggero argentato, dell’ultima si intravede solo la cotonata capigliatura bianco latte su un viso pacioso e allegro. Parlano tantissimo, a volte tutte e tre insieme, specie quella col caschetto che è molto arrabbiata con una loro amica stronsa. Dice proprio così, stronsa, mentre saluta i giovani controllori che sono saliti su a fare il loro mestiere e scambia qualche parola con loro. È una stronsa perché l’ha accoltellata alle spalle, metaforicamente, ovvio, ma quando l’altra sera l’ha chiamata la dama bianca le ha fatto venire un nervoso….”che poi lei sci imbuca nelle situassioni, fa l’amica, ti avolge, baci e abbracci e poi ti uza. Mo adescio basta veh…”, dice il caschetto biondo mostrando il suo abbonamento al controllore, “con me ha chiuso. Adescio la faccio io la stronsa”. Quella col talleur dice a bassa voce qualcosa che non si capisce, si fanno una gran risata e mentre commentano la battuta salutano i tre giovani aitanti controllori che stanno per scendere giù dal bus. “Arrivederci ragassi, buona scerata, veh… e non fate mica come lui lì che sci è fatto incasctrare da quella vecchia stronsa”. Una bella cosa l’amicizia ma no nella stagione di caccia.