Barboni sulla circolare esterna sinistra

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Stasera sull’autobus 33 c’è puzza di umani allo stato brado. Un vecchio barbone è seduto nelle sedie riservate. Italiano, grasso, la camicia strappata sotto il braccio sinistro, i pantaloni lisi, le ciabatte da piscina da cui spuntano due piedi neri ungulati, una stampella di legno da Capitan Uncino ha la faccia arrogante e anche un po’ malvagia. È sicuramente lui a puzzare così. È difficile anche solo respirare, ma sull’autobus ci sono altri due uomini. Forse questa è una puzza collettiva. L’unica è allontanarsi il più possibile. Mi siedo alcuni sedili più in là, dietro un marocchino profumato di patchouli che parla nell’auricolare e guardo i due uomini davanti, quelli della puzza. Uno dei due ha i capelli bianchi, una camicia a scacchi e i jeans, ha lo sguardo dritto davanti a sè e mi sembra molto triste. Anche lui è un po’ barbone ma a uno stadio iniziale. Mi dà l’idea di uno che ha perso il lavoro, la famiglia, la casa e che forse è su quell’autobus da ore, a girare con la circolare intorno alla città perchè non ha niente da fare. Mi accorgo che si è voltato a guardarmi di sottecchi, quasi di nascosto, e appena incrocio il suo sguardo torna con gli occhi bassi davanti a sè. In quel momento mi è sembrato che si vergognasse e ho pensato che la povertà quando ti cade addosso è così, all’inizio ti fa vergognare poi ti abitui, specie quando ti accorgi che di poveri, in giro, ce ne sono tanti, ma forse sto immaginando troppo sulle vite degli altri. Il terzo uomo non ho fatto in tempo a guardalo perché sono scesa a Porta a Castiglione, dietro il barbone puzzone che una puzza così, davvero, non l’avevo mai sentita.

L’arzilla vecchietta alla festa della Social Street di Via Duse

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L’arzilla vecchietta di San Donato è andata alla festa della Social Street di via Duse con le sue amiche dell’autobus 21. Hanno messo su un banchetto di cappellini di lana, un po’ fuori stagione, ma chi è previdente ne apprezza l’utilità. Affianco al loro banchetto c’è una donna che vende vestiti usati, i suoi vestiti. A Bologna, da quando c’è la crisi, usa molto andare alle feste di strada e vendere i vestiti abbandonati nell’armadio. Tra le poche cose belle che ha portato la crisi, le feste di strada e i mercatini. Una ragazza per esempio, ha trovato nel banchetto un vestito vintage bianco a fiorellini blu e bordeaux, di quelli anni ’50 con la manica corta e la gonna arriccita in vita. La ragazza è indecisa, non è abituata a quello stile e poi, dice ai suoi amici, “mi ingrassa”. L’arzilla vecchietta di San Donato dal suo banchetto, appena sente la parola ingrassa interviene perentoria: “Mo lo prenda ben quel vesctito, ‘scolti me. Con quei riziolini e le forme rotondette che ha scembra una bambola. Cosa vorebbe escere, una di quelle sciaracche che non scion buone neanche da mangiar con la polenta?”. Sette euro e la ragazza in pochi minuti ha comprato un bel vestito, aumento la sua autostima e celebrato, in via Eleonora Duse, il funerale delle saracche, le acciughe che sfilano sulle passerelle facendo finta di essere donne. Le social street di utilità ne hanno davvero parecchie.

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L’arzilla vecchietta e la mangiatrice di biscotti 

 

Al capolinea dell’autobus numero 20, a Casalecchio di Reno, c’é una donna sui quarantacinque anni, con un molle cappello di velluto color vinaccia calato sulla fronte e un cappotto nero informe lungo fino al polpaccio da cui sbucano un pant zebrato, un paio di calzettoni di spugna rosa shocking  e un paio di scarpe in camoscio marron glacé. Mentre aspetta mangia biscotti Gran Turchese e discute animatamente ma a bassa voce con se stessa. Ci son dei problemi, sembra che dica, le cose non stanno così come sembrano, le cose andavano fatte così e invece sono state fatte cosà, io lo avevo detto. La cosa la infastidisce abbastanza e presa dalla discussione piuttosto animata, mangia Gran Turchese a volontà. Arriva l’autobus, si siede e per un po’ si perde nei suoi pensieri guardando la Porrettana che scorre in discesa sul far del tramonto. Arrivati in via Barberia, tira fuori dalla borsa un’altra scatolina bianca di Gran Turchese, la apre e ricomincia a mangiare e a discutere con se stessa ma sembra che le cose si siano messe meglio, sorride, scuote la testa, sembra dire ma si, in fondo abbiamo problemi più gravi, che carina, si si, ti voglio bene, ma si,  siam messi bene,  ciao cara, ciao. All’ennesimo Gran Turchese le scappa un sorrisone.  “Bene. Adesso ci  vorrebbe un bel té” dice l’arzilla vecchietta di San Donato scendendo alla fermata di Piazza Malpighi. “ Chissà la sete con tutti quei biscotti che ha mangiato”. In effetti, a girar sull’autobus, la cosa più strana é che qualcuno possa mangiare così tanti biscotti secchi, che di gente un po’ fuori,  in questo periodo se ne vede un bel po’. Pare sia uno degli effetti della crisi. 

 

L’arzilla vecchietta e l’epidemia

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Sull’autobus 21, di sera, che poi adesso con l’ora solare anche alle sei e mezzo sembra sera, c’è una donna con la frangetta bionda sui sessant’anni con una lattina di birra in mano. E’ vestita come si vestivano i giovani quarant’anni fa: scarpe da tennis, jeans stretti e corti alla caviglia, maglione di lana abbondante, giacca di velluto, un foulard indiano avvolto intorno al collo. I suoi occhi ogni tanto diventano rossi e si bagnano, ma un sorso di birra veloce tiene quelle lacrime aggrappate lì alle palpebre, sulle labbra che si serrano. L’arzilla vecchietta di San Donato è seduta di fronte a lei, la guarda, vorrebbe  dirle qualcosa ma incrocia lo sguardo duro della donna e tace. Avrà perso qualcuno? Avrà perso qualcosa? E’ un dolore che non passa o solo un brutto momento? Rimane con le sue domande sospese mentre una coppietta laggiù, lui un gigante di due metri con due scarponi imbottiti, rossi dello stesso rosso del  cappellino con la visiera calata sulla nuca pelata e tatuata, e lei piccolina, aggrappata alle sue braccia nude, fa sapere a tutti che sono felici ma di una felicità arrabbiata, come quella di certi uomini e donne che vanno in tv per innamorarsi. Alzandosi per scendere, rivolta a una signora  che legge l’ultimo libro di Camilleri “È una pidemia” dice l’arzilla vecchietta di San Donato “quescta volta non sciò mica sce lo trovano il vacino”. La porta si apre e il buio di via Beroaldo la inghiotte con la sua sporta da cui spunta un cespo di sedano bianco, mentre sull’autobus 21 rimane un alito pesante di disperazione.

L’arzilla vecchietta e l’economia domestica

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Sull’autobus 21 due arzille vecchiette di San Donato parlano del marito di una loro amica che non sta tanto bene. ‘Pensa che ha invesctito diecimila euro’ dice la prima. ‘Scusa l’ignoransa, ma come ha fatto a invesctire dei scioldi? È andato in banca?’ chiede la seconda. ‘Mo che banca. Non credo mica, sai. Li avrà messci lì da qualche parte e ci sciarà pasciato sciopra con la bizicletta’ le risponde l’amica. ‘Ah beh, alora…Io dico che sce avesce un po’ di sciale in succa li metterebbe da parte. Nelle lessioni di economia domestica ce lo dicevano scempre’ conclude l’altra. Sulle loro teste il cartello pubblicitario di una finanziaria mostra un enorme 5,5 % blu su sfondo bianco.